La performance nasce da un positivo incontro tra allievi ed operatori, interni ed esterni: si è creata, infatti, fin dall'inizio, un'efficace sinergia di competenze e una costruttiva relazione interpersonale che ha favorito la crescita umana e culturale del gruppo e ha sviluppato un sincero desiderio di trasmettere quanto appreso nello scambio educativo realizzatosi nel percorso.
I tre laboratori precedenti, con i quali abbiamo condiviso l'obiettivo comune dell'integrazione fra scuola e territorio, hanno coinvolto associazioni e comunità impegnate nel recupero dell'emarginazione; ne è emersa la necessità di individuare e utilizzare strategie non violente per la risoluzione degli inevitabili conflitti tra le diversità sociali, economiche e culturali.
Di qui la scelta del testo teatrale: “Lo stato d'assedio” di Albert Camus (1948). L'opera veicola due asserzioni fondamentali: da un lato l'inevitabilità del potere; al tempo stesso la possibilità, per l'individuo o per il gruppo, di contrastarlo solo se non se ne ha paura. Il testo è stato, per il gruppo, motivo di riflessione, rielaborazione critica e riscrittura; la messinscena è diventata il punto di convergenza tra l'approccio fisico (basato molto su un lavoro di pre-testo sul corpo e sullo spazio) e il lavoro sul testo stesso, sulle sue macro-logiche, sul personaggio, e sui “segni” del teatro.
Gli attori – allievi, sin da subito, hanno avuto a disposizione due elementi: il proprio corpo e il punto d'avvio, l' “hic et nunc”. Un terzo elemento comune, la “meta” dello spettacolo è da considerarsi come mezzo e non già come fine, sebbene è proprio la relazione con il pubblico quella che consente di far esistere il teatro. Ciò che precede il momento teatrale è una relazione differente, un processo dialettico fortemente legato alle persone, allo spazio e al tempo: prendere coscienza delle capacità espressive del proprio corpo e della voce, l'improvvisazione che porta alla capacità di risolvere, accogliere, sbagliare e reinventare. Creatività non è sinonimo di spontaneismo, la tecnica aiuta a dare “una forma” al gioco teatrale. La tecnica che è un “ponte” deve essere conosciuta e dominata, come un musicista domina la partitura musicale lasciando trasparire “altro”. “Guidare”, come l'argine con l'acqua che poi si riversa nel mare, questo impegnativo, ma anche giocoso studio dei rapporti che l'attore ha con il proprio lavoro, con le parti del corpo, lo spazio, i partners, l'oggetto di scena e, infine, lo spettatore, padroneggiando intenzione – reazione psichica ed esecuzione fisica è parte di quell'argine di cui chi osserva dall'esterno come il regista fa parte .
Dal magma del “ coro ”, in continua evoluzione, si staccano le molteplici identità per raccontarsi al pubblico, e ad esso ritornano in un continuo flusso e riflusso che evoca quel mare a cui i personaggi vorrebbero arrivare per salvarsi.