Il convento
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Sono
rimaste in 17. Le ragazze hanno così tanti stimoli all'esterno, che non
sentono più la vocazione. Dio le chiama, ma i continui squilli del cellulare,
i cd ad alto volume, la voce della tv impediscono loro di ascoltare. Si può
vivere per se stessi, ma poi si diventa egoisti. Si può vivere per amore di
un'altra persona, ma si potrebbe un giorno rimanere soli. Si può dedicare la
vita a Dio. Lui non ci abbandonerebbe mai. Si può vivere in un mondo
ovattato, in un mondo isolato. Esiste un mondo in cui le gioie sono continue
ed in cui i dolori in realtà non sono dolori, ma speranza di
redenzione. È quasi inimmaginabile che, in una società in cui dire che
si ha fretta è poco, esistano persone che dedicano l'intera vita al Signore.
Nel convento 50 celle ma 17 suore. Rosamilio Rosa IV E |
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Sono
in Chiesa, seduta nel mio solito banco, al mio solito posto. Fra un po’
inizieremo a cantare. Questa melodia mi porta indietro nel passato, non
voglio sentire il suo canto , non più… Ề
il canto che ho sentito per la prima ed unica volta quando presi i voti,
quell’indimenticabile giorno, l’ultimo di libertà. La mia famiglia era tra le
più ricche e invidiate di Eboli, dovevo ritenermi fortunata, ma il fato aveva
deciso di farmi nascere dopo mia sorella. Eravamo due bambine molto
ubbidienti e molto legate. Mia sorella Cristina si era sposata all’età di 17
anni ed io immaginavo una sorte simile. Ma il giorno del mio 16° compleanno i
miei genitori mi obbligarono ad entrare nel monastero e a prendere i voti. Mi
opposi con tutte le forze e con tutti i mezzi. Ma la forza dei miei genitori
fu molto più forte. Non mi spiegarono mai il perché, ma dopo qualche anno
venni a sapere che essendo la secondogenita non avevo diritto all’eredità.
Per questo sono qui, non per mia scelta, ma perché mi hanno costretta. Questo
canto come per magia mi ha riportato a quell’orribile giorno, ma ormai non
posso fare più niente, i miei tentativi furono vani allora, figuriamoci ora
che son passati 6 anni. La
vita forse non era per me, non ero riuscita a farmi delle amiche, ero sempre
sola, sola nel vuoto più totale. Nessuno mi poteva salvare, ma soprattutto
nessuno mi voleva salvare, e nessuno adesso mi viene a trovare, tutti si sono
dimenticati di me e io… non esisterò più per nessuno. Verdiana Cicalese I C |
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La
prima cosa che mi chiedo ogni volta che vedo una monaca, è cosa si prova a
restare tutta la vita chiusa in un convento, a servire il Signore. E’
difficile, strano immedesimarsi in una monaca... All’inizio, non so perché,
vederle mi ha fatto pensare che le monache siano tristi, sole, ma forse loro
al contrario, sono serene, felici, in pace con loro stesse; però ugualmente
non riesco a capire perché per servire il Signore esse debbano restare chiuse
in convento. A me l’immagine del convento fa pensare alla tristezza e non
riuscirei davvero ad immaginare la mia vita così, forse semplicemente perché
io non ho alcuna vocazione. E poi penso alle donne, alle ragazze diventate
monache per costrizione, senza una minima vocazione: come sarà stata la loro
vita? come hanno fatto a sopportare il peso della non libertà? Io
penso che la fede sia la via più difficile e ardua da percorrere e credo che
ci sia bisogno di una forza interiore davvero grande e credo inoltre che sia
una cosa, soprattutto, difficile da comprendere...e io, ancora non l’ho
compresa totalmente. Livrieri Alessia II C |
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Un’atmosfera strana ha circondato
gli avvenimenti pomeridiani; in un primo momento ero scossa alla vista delle
suore nella chiesa, anche quando ero più piccola non sopportavo la vista
delle suore di spalle, mi sono spaventata avendo paura di scorgere una
strana faccia sotto il manto nero. Era tutto tetro e morto, anche il canto mi
ispirava tristezza e penso: come può una donna immergersi in quest’ambiente?
Per me sembra inconcepibile chiudere le porte al mondo esterno, si potrebbe
fare del bene e stare in un ambiente cristiano anche facendo volontariato,
vivendo insomma. Nella chiesa scura c’era solo una
piccola luce sfocata illuminava i quadri e gli affreschi; sono rimasta
incantata dalle linee dei dipinti che sembravano seguissero gli
andamenti del canto e dai piccoli particolari che, secondo me, sono
molto più importanti dei grandi protagonisti. Sono triste ed ecco che dalla nube
dell’abito nero scorgo una luce nuova che mi illumina di gioia :è un volto,
ora capisco perché loro non sono tristi, vedono in questa chiesa tutto il
mondo. Roberta Gioia I C |
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Una
chiesa… fa riaffiorare da dentro tanti ricordi, tante piccole sensazioni,
quasi impercettibili... Credo
sia un luogo fisico bloccato nella sua staticità: le pareti bianche
suggeriscono tranquillità, rilassamento, purezza d’animo e di
pensieri... magari non è uno dei posti che più frequento, ma credo che una
chiesa in sé sia l’apice della calma, dell’ispirazione. Un luogo ordinato, le
panche riposte alla solita maniera. L’organo che si lascia andare a tenui
melodie … Non
so più se la visione di questo crocifisso mi infastidisce, mi emoziona, o
forse mi imbarazza... mi fa sentire piccola, o potente, soggiogata dalla
convinzione della mia autonomia di pensiero o magari sfrontata
nell’ossessiva pretesa di andare contro le tradizioni. Non
so se al di là della fisicità strutturale della chiesa così chiusa e
protettiva, la sua realtà spirituale mi possa infastidire, magari per la
stupida, o apprezzabile, convinzione di potermi bastare da sola senza
avere bisogno di dovermi aggrappare a qualsiasi cosa, persona,
situazione o fede per superare un’ impercettibile caduta o qualche
annebbiamento visivo, uditivo, motorio, emotivo, psicologico. Credo
che non serva un luogo, un personaggio ispiratore per vivere felice,
scaldandosi passivamente del calore dell’ardere altrui. Non si diventa ricchi
solo contando le ricchezze del vicino. Bisogna cercarla dentro di sé la
ricchezza, la presenza, la fede. Annarita Del Mese IIC |
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